Fiabe dell'amore e del piacere

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Incantamenta

La scritta, incisa in una tavola di legno e appesa alla buona sopra sulla porta, non lasciava dubbi: “Incantamenta et filtra amoris.”
Il posto era proprio quello.
Una scritta indicava dove bussare, sulla parete della casa a lato della porta. Non comprendendo il motivo, si avvicinò.
Bussò delicatamente sulla parete di quella che più che una casa era una stamberga messa su con legni discordanti e certamente usati, sembrava dover venire giù da un momento all’altro.
Nessuno rispose da dentro e allora bussò con più vigore.
Attese, ma nessuna voce lo invitò ad entrare.
Spazientito, menò colpi violenti tanto che nel bosco circostante si propagò un eco che spaventò gli uccelli.
Nessuno rispose e stava per andarsene quando notò che la porta era solo accostata, ma non chiusa.
Poggiò la mano sull’uscio e questo lentamente si aprì cigolando in modo sinistro.
Rimase sull’entrata e scrutò l’interno: era tutto buio e qualche fiotto di luce, proveniente da fori sul soffitto, rimbalzava sulle cose delinenadone parte dei contorni.
Timoroso mise un piede dentro e un colpo di tuono lo fece sobbalzare e velocemente uscire. Guardò in alto e vide tra i fitti rami che il cielo era diventato scuro.
Mormorò scontento: “Ci manca solo il maltempo”
Fece qualche passò all’interno chiamando con viva voce: “C’è nessuno? Posso entrare?”
Convinto ormai che nessuno fosse all’interno si voltò per uscire, ma una possente figura in controluce gli sbarrò il cammino.
Sobbalzò nel veder quell’uomo che, seppur...segue nel libro

Incantamenta

...Gineprio strabuzzò gli occhi: nell’androne una tarchiata anziana grassa, nuda correva avanti e indietro urlando.
Indugiò un poco e l’errore fu fatale perché la donna alzò lo sguardo e lo vide lassù in piedi rigido come uno stoccafisso.
 La donna allargò le braccia e cominciò a salir le scale reclamando dall’uomo stupito mille notti di sesso libero e sfrenato.
“Oh mio Dio, è pazza”
Gineprio cominciò a correre sul ballatoio per sfuggire alla vecchia forsennata che lo rincorse senza sosta.
Il ballatoio era circolare, girava sopra tutto l’androne Gineprio passava davanti ad ogni stanza sperando almeno di distanziarla.
La cameriera, udita le grida, socchiuse l’uscio della stanza e sporse il capo per vedere, proprio quando la vecchia arrivava che con un colpo violento di mano le chiuse la porta sulla faccia..
Gineprio intanto aveva fatto tutto il giro e si trovava di nuovo davanti allo scalone che scese in fretta e alla servitù che accorreva implorò di proteggerlo da quella pazza.
Quattro domestici prontamente si misero ai piedi della scala pronti a fermarla, ma la donna prima di giungere in basso si tuffò sul gruppo con le braccia tese e i pugni ben stretti.
I due pugni colpirono gli uomini laterali e la enorme pancia cozzò con quelli centrali, mandando tutti a gambe all’aria.
Un groviglio di corpi e di lamenti che la donna rialzandosi calpestò senza tanti complimenti.
Gineprio vista la mal parata scappò all’esterno nell’immenso parco che circondava il palazzo.
Correva a perdifiato voltandosi continuamente finché la donna urlo: “Sono io amore! Perché fuggi? Sono io Guendalinda!”...segue nel libro


La statua dell’amore e del piacere


...La cameriera era già sul letto, seminuda e quando arrivò, si alzò e gli gettò le braccia al collo.
Prese due bicchieri li riempì fino all’orlo e bevve con la donna tra un bacio e una carezza.
Continuò a bere mentre lei lo spogliava e poi preso dall’euforia versò il resto del vino sul suo corpo.
Dal vino al divino è un passo solo ed entrambi stordiscono la testa, tanto che dogmi e pudori cadono come la vesta e mostrano il celato alla strabiliata testa.
In questi casi anche la luce della candela è molesta e al buio comincia la vera festa che poi dura tanto quanto il buio impera e sembra eterna, ma in realtà è breve più della sera.
Seppure breve però basta, per menar vanto in quel che i cavalieri frequentano, accostando le memorie delle gesta d’arme a quelle della scopa perché entrambe sono il vessillo della forza maschile secondo i canoni di questo vivere civile.
Così i pruriti del basso ventre divengono gloria così come quelli della mano divengono regni, che importa poi se per l’uno e l’altro sarebbe bastata una grattata che avrebbe fatto gente salva dall’umiliazione o dalla distruzione.
Invero in questo secolo, va di moda fregiarsi di cultura, ma è solo un’elegante palandrana affinché appaiano come nobili uccelli con le ali quelli che invece sono solo dei maiali.
Si, Idelbrando era uomo colto che fugava la guerra e l’oltranza dei vizi, ma dal fondo una certa educazione sempre riemergeva invisibilmente protetta dalla convenzione che chiudeva ogni occhio della sua coscienza.
Così con i piccoli compromessi che la nuca fan diventare faccia, si ottiene quel volto che, dello stesso uomo, mostra due identità diverse a secondo dell’occasione e del bisogno.
Perciò, dopo i mugolii, l’eccitazione e il sesso, Idelbrando lasciò la donna perché serva, distesa sul letto a sognare ancora, cosa importa a lui se poi resterà incinta e quel figlio vivrà nell’ombra perché illegittimo è per definizione chiunque sia figlio non per un atto d’amore.
Invero sarebbe illegittimo il padre che non ha dato amore e che non potrà darne in quanto il suo amore è vincolato dal piacere che si prova nell’abbracciare la proibizione di quell’arte e di quella coniugazione...segue nel libro

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